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a cura di Virginia Fiume

Wu Ming 1: patrie, montagne e colonizzatori

#PointLenana opera transmediale di #WuMing1 @Wu_Ming_Foundt - colonialismo, fascismo, Alpi. Un video e un’intervista

Wu Ming 1 è uno dei membri del collettivo di scrittori Wu Ming. Insieme a Roberto Santachiara, dal 1988 agente letterario del gruppo, ha pubblicato Point Lenana (Einaudi, 2013) un romanzo-inchiesta su un frammento controverso della Storia del colonialismo italiano, a partire dalla storia di Felice Benuzzi, diplomatico, scrittore e alpinista italiano. In questo video, da lui ideato appositamente per la rubrica Book.ME di S28Mag, legge un estratto del libro in cui viene raccontata la nascita dell’idea, accompagnando le sue parole con immagini di archivio e frammenti delle presentazioni che sono state fatte in tutta Italia. Non siamo riusciti a trattenerci dal chiedergli di approfondire con noi alcuni dei temi cardine di questo progetto transmediale.

Colonialismo e post-colonialismo rivelano la connessione tra corpo e potere. Penso alle violenze corporali delle squadracce fasciste, alle leggi razziali che si basavano anche su pseudo-analisi scientifico genetiche, penso alla particolare corporeità dell’architettura fascista e coloniale. Perché credi che l’alpinismo, uno dei “protagonisti” di Point Lenana, abbia fatto così gola al potere fascista, fino a spingere anche uno storico come te quasi a stupirsi del fatto che (perdonami la semplificazione) “non tutti gli alpinisti sono fascisti”?

Una delle cose che cerchiamo di mostrare in Point Lenana è che il discorso fascista è sempre stato discorso sulla razza, sulla superiorità di razza, che è anche superiorità di genere, perché tutta la propaganda e la retorica del regime è imperniata sul maschio italico, sul suo vigore, sulla sua tempra, sulla sua virilità. Ci si rivolge alla donna in subordine, in quanto madre e moglie del maschio italico. Il discorso sulla “razza” era già ben presente nella vita pubblica italiana fin dal Risorgimento, ma il fascismo modernizza tutti i discorsi precedenti e produce una nuova sintesi. L’alpinismo associato era già pregno di nazionalismo, di retorica sulla difesa dei confini della patria, e già nell’Ottocento si parla dell’andare in montagna per “agguerrirsi”, la montagna come scuola di disciplina e sopportazione, c’erano già tutte le metafore militari (la “conquista della vetta”, la “lotta coll’alpe”). Con la Grande Guerra, la metafora si fa letterale, andare in montagna non è come andare in guerra; andare in montagna è andare in guerra. Il fascismo alpinistico – o l’alpinismo fascistizzato – parte da lì. Ma anche sotto il fascismo, e spesso proprio per reazione a esso, non solo sopravvivono ma si diffondono altri modi di andare in montagna, modi “afascisti”, forme di resistenza umana, quasi sempre praticata da singoli o piccoli gruppi. Sarà la Resistenza a rovesciare il discorso: dopo l’8 Settembre, l’espressione “andare in montagna” cambia di segno, significa fare la guerriglia contro il nazifascismo. L’alpinismo è sì servito ad “agguerrirsi”, ma non contro i nemici additati dal regime. Il corpo viene sì messo in gioco, ma è un altro gioco.

In diversi post sul blog del sito di Wu Ming, Giap, avete definito Point Lenana, o meglio, il tour una “opera totale transmediale”. Ci vuoi spiegare cosa intendi tu con questo termine?

Le storie raccontate in Point Lenana tendono a “sbordare”, a sfondare i limiti dell’oggetto-libro. Non avviene per caso, il libro è stato scritto così, ce lo siamo sempre figurati all’incrocio di diversi flussi di narrazione, informazione, immaginazione. Il libro capta quei flussi, produce i suoi concatenamenti di storie, ma alcuni percorsi sono solo suggeriti, rimane la voglia di approfondire, di far proseguire i racconti, di prolungare l’attraversamento di quei mondi. Tutto questo lo si è visto durante il giro di presentazioni: quasi ogni tappa è diventata un’occasione per portare il libro oltre se stesso, per… metterlo in pratica, fargli prendere corpo (appunto!). Spesso il tour ha ripercorso i cammini di alcuni personaggi di Point Lenana (Emilio Comici, lo stesso Benuzzi…), io e altri abbiamo ripetuto escursioni compiute da loro, poi tra i lettori è nata quest’abitudine di portarsi il libro sulle cime e fotografarlo, il libro stesso è diventato un alpinista! Non solo: alcuni lettori salgono sulle cime e mimano la copertina, mettendosi in posa come Fred Astaire e Ginger Rogers. Siamo ai confini del cosplaying. La risonanza continua tra la strada e il web, tra il tour e il nostro blog (e alcuni social network) ha fatto venire un sacco di idee: ulteriori tragitti, ulteriori scalate… Si dice “transmediale” una storia che prosegue su varie piattaforme e con diversi linguaggi. Point Lenana rientra nella definizione e un poco la modifica, la arricchisce. Chi ha coniato il termine certo non pensava alla camminata come “piattaforma” mediale.

La tua intervista arriva in chiusura di un ciclo che S28Mag ha dedicato a temi legati al concetto di identità. Nel libro tu e Roberto Santachiara ricordate più volte come il colonialismo italiano sia stato addolcito con il ricorso a una presunta “italianità” che lo avrebbe – secondo gran parte della storiografia – reso meno violento rispetto ad altre esperienze coloniali. Credi che esistano delle “identità” legate all’appartenenza a una certa nazionalità.

Esiste una koinè italiana, che è un prodotto storico ed è in continuo divenire, e soprattutto è molteplice, è il risultato di tante convergenze ed è fatta tanto di continuità quanto di differenze, tanto di tradizioni (spesso molto più recenti di quanto si creda) quanto di rotture. Quello che non esiste è un’essenza italiana, un’italianità trascendente nei secoli dei secoli, quella – per capirci – raccontata nell’Inno di Mameli, con tutti gli episodi storici schierati in fila in modo arbitrario per inventare la tradizione. Soprattutto, va sempre ricordato che la condizione di esser nati italiani non è una scelta, proprio come la condizione d’esser nati tout court, quindi non ha senso brandire l’italianità come una scelta, ovvero dirsi “fieri di essere italiani”. Magari puoi essere contento di essere italiano, cioè è una cosa che non ti dispiace, ma come puoi essere “fiero” di una cosa che non controlli e della quale non hai nessun merito? Essere italiani, o francesi, o inuit, è qualcosa che ci capita. Come diceva uno sticker che ho visto su un paraurti a Londra: “I’m proud of being Irish (and a few other random facts)”.

a cura di Virginia Fiume

One thought on “Wu Ming 1: patrie, montagne e colonizzatori

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