La voce di Pierluigi Sacco

di Virginia Fiume

Il business dell’arte

#arte che tiene, tra privati e industrie culturali. E se fosse la cultura a salvarci dalla crisi?- Guarda il video

Qualcuno conosce i bastoncini Findus, qualcuno i prodotti per la pulizia del corpo marchiati Dove. Pochi sanno che entrambi questi settori fanno parte della produzione di una famosa multinazionale, Unilever. Probabilmente ancora meno persone collegano il marchio Unilever a una delle attrazioni principali per chi si appassiona all’arte contemporanea: l’allestimento  e il finanziamento delle esibizioni personali che, di sei mesi in sei mesi, arricchiscono la Sala delle Turbine della Tate Modern Gallery di Londra. Dai semi di girasole del cinese Ai Wei Wei o delle performance dell’interprete Tino Sehgal, tutto è racchiuso dal nome Unilever Series.

Si tratta di un esempio di investimento privato in ambito culturale. Secondo una ricerca del centro studi inglese Arts & Business i dati riguardanti questo tipo di investimenti sono contraddittori, ma comunque positivi, nonostante gli scenari aperti dalla crisi. Nel biennio 2010 – 2011 si è avuto un incremento, nel Regno Unito, del 4% degli investimenti privati.

Il fatto che i privati, intesi come individui, ma anche come aziende, abbiano un interesse a investire nel settore culturale apre lo spazio a due ragionamenti, che si aggiungono alla storica riflessione sulla filantropia. Per analizzare il primo dato si può prendere come riferimento il settore dell’arte contemporanea. Il rapporto sul mercato dell’arte elaborato dall’organizzazione olandese TEFAF ha dimostrato come l’arte contemporanea sia da catalogarsi come un “settore sicuro” in questa fase di crisi generale dei mercati.

Se si inseriscono questi dati in un contesto di politiche culturali si può superare con ottimismo il dolore per una cultura continuamente tagliata dalle politiche nazionali. E diventa ancora più attuale e urgente la presa d’atto dell’esistenza delle industrie culturali e creative. Secondo l’ultimo aggiornamento che la Commissione Europea ha fatto del Libro Verde Le industrie culturali e creative, un potenziale da sfruttare il settore creativo e culturale costituisce il 3,3% del PIL europeo e impiega 6,7 milioni di persone.

Per capire come si intrecciano le industrie culturali, le indicazioni europee e gli artisti in questo scenario economico possibile abbiamo videointervistato Pierluigi Sacco, docente di economia della cultura allo IULM di Milano e membro della rete di esperti che ha studiato l’uso dei fondi strutturali in diversi Stati membri dell’Unione Europea .

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