La voce di Ugo Mattei

di Virginia Fiume

I Robin Hood della cultura

#Benecomune in inglese si dice #commons. Per lui valgono solo le regole della #cittadinanzattiva. Né #pubblico né #privato.

La prima volta che l’espressione è entrata con forza nel lessico politico italiano il contesto era apartitico: la campagna di raccolta firme dei referendum Acqua bene comune, con un riferimento che guardava al 2003, anno del Forum Mondiale Alternativo dell’Acqua a Firenze.   Da lì bene comune è diventato aggettivo omni-comprensivo: è nata la campagna internet bene comune, alcune città sono state dichiarate bene comune, la Palestina è diventata bene comune e con l’occupazione del Teatro Valle di Roma il discorso si è allargato alla cultura. Giunti a un tale livello di diffusione mancavano solo i partiti. Nell’estate 2012 il PD ha elaborato la carta di intenti Italia Bene Comune e il PDL il Manifesto per il bene comune. E la confusione terminologica ha raggiunto il suo apice. Quando l’espressione viene usata con cognizione si riferisce a un bene che, in quanto risposta a bisogni fondamentali, non dovrebbe essere soggetto a regole di mercato, ma gestito in modo condiviso e partecipativo, attraverso modalità alternative all’eterna sfida tra pubblico e privato.

Gli inglesi traducono il termine con la parola Commons. Qualcuno lo spiega come metodologia politica. Qualcun altro propone all’Europa di svilupparsi in maniera cooperativa. Teoria simile a quella del Premio Nobel, Elinor Ostrom che ha studiato le comunità di pescatori di aragoste, ritenendo le loro competenze figlie dell’esperienza in mare un modo di regolamentazione più efficace di tante normative.

Tutte queste interpretazioni partono dal documento Charter of Forest del 1217 con cui il sovrano inglese Enrico III garantiva al popolo l’accesso libero alle foreste e ai beni in esse contenute. Seguì un processo di recinzione, privato e pubblico, definito enclosure. Proprio la critica all’enclosure dimostra come il termine non vada interpretato semplicemente come volontà di intervento pubblico, ma come un intreccio tra cittadinanza attiva e assunzione di responsabilità da parte dei singoli cittadini.

Ugo Mattei, avvocato e professore di diritto comparato a Berkeley e all’International University College di Torino insieme a Stefano Rodotà ha scritto i quesiti referendari sull’acqua. Non si riferivano solo agli ideali di partecipazione e condivisione, ma anche alla Costituzione italiana, il cui articolo 43, prevede, in alcuni casi, di lasciare la gestione di certi beni a comunità di cittadini. Mattei ha raccolto studi e ricerche, storiografiche e giuridiche, nel libro Beni Comuni. Un manifesto (Laterza, 2012).

Lo abbiamo intervistato, in una Sfida Doppia con l’economista delle organizzazioni Alessandro Hinna. Mattei ritiene che l’occupazione sia resistenza politica, legittimo strumento per iniziare un percorso di ri-appropriazione dei beni comuni. E’ quello che accade a Roma con il Teatro Valle. Occupato nel giugno 2011, il Valle si sta ora trasformando in una Fondazione. C’è lo zampino giuridico proprio di Mattei, che considera l’esperienza il miglior esempio di pratica dei beni comuni in Italia.

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