indovina chi viene a cena

di Virginia Fiume

Proprietà privata tra mito e realtà

Artisti e operatori culturali nella #Romania post-socialista. La Fabrica de Pensule di #Cluj, confine estremo dell’#UE

“Una mattina del 2009 mi chiama Radu, scendo in strada e lo trovo che mi indica un edificio: <Ho affittato lì lo spazio per il mio studio>“.  Il primo giorno della Fabrica de Pensule, spazio industriale che oggi ospita in 2500 m² 40 studi d’artista, 5 gallerie di arte contemporanea e 10 organizzazioni culturali.

Sembra di vederli, Istvan Szakats, presidente di AltArt, organizzazione focalizzata su arti performative e  media digitali, e Radu Comşa, pittore della Sabot Gallery, mentre guardano l’edificio in disuso, in una strada di Cluj – Transilvania, Romania. Cluj, città dove un terzo dei 330.000 abitanti, è costituito da studenti universitari.

“In due mesi abbiamo radunato le risorse per affittare l’intero edificio” prosegue Istvan. “Pagare l’affitto è il sacro obbligo di ogni membro della federazione. Gallerie e artisti vivono grazie al mercato dell’arte, le organizzazioni fanno maggiore ricorso a progetti. Quando, come federazione, partecipiamo a bandi più consistenti non lo facciamo per le produzioni, ma per la formazione, lo sviluppo delle competenze…Siamo una federazione perché si trattava dell’unico modello, nel sistema normativo rumeno, che ci avrebbe permesso di unire singoli individui e organizzazioni. La Fabrica in sé non organizza eventi. Condividiamo valori, ma il programma artistico è appannaggio di ogni membro”. 

Rarita Zbranca, presidente della federazione, in una recente intervista ha detto che in Romania non è ancora diffusa la cultura delle sponsorizzazioni. Le chiediamo di approfondire questo aspetto: “Non manca l’interesse per l’arte, ma la familiarità. Durante il Comunismo l’arte era soprattutto propaganda. Crollato il regime, negli anni ’90, è nata la scena indipendente e, solo in un secondo momento, la consapevolezza della necessità di unire le voci per avanzare richieste e ottenere supporto politico”.

Chiediamo a Rarita e Istvan se nel contesto rumeno esiste un dibattito, simile a quello italiano, sul tema “cultura bene comune”. Istvan è pragmatico: “Dopo la caduta del regime il concetto di proprietà privataè diventato quasi un mito”. Rarita amplia il ragionamento: “È un discorso che è emerso recentemente. Ma la discussione è ancora a un livello intermedio, costituito da artisti e intellettuali. Credo che si tratti di uno sviluppo successivo della società capitalista. La Romania è diventata capitalista da poco. Non ci sono “spazi” che non abbiano un proprietario ben identificabile. Noi paghiamo un affitto, a prezzi di mercato. Quello che spero sarà naturale è che le autorità locali mettano a disposizione spazi del genere. Al momento tutta la scena indipendente della città è nella Fabrica”.

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