La voce di Tomaso Montanari

di Virginia Fiume

Arte fuori dal mercato

Idee e cultura devono rispondere alle regole del #mercato? Quali sono le responsabilità dello Stato per #costituzione? Guarda il video

“La storia dell’arte è una disciplina umanistica, cioè utile a costruire quella che i latini chiamavano humanitas: la vocazione di noi tutti a non vivere come bruti, ma a seguire la conoscenza. Ma il Dio Mercato ha invece bisogno di clienti, emozionati e ignoranti”. E’ solo una delle invettive con cui Tomaso Montanari, professore di Storia dell’arte moderna all’Università Federico II di Napoli, chiosa le pagine del Fatto Quotidiano e degli altri giornali su cui scrive.

Lo abbiamo intervistato, nella nostra Sfida Doppia con Pierluigi Sacco, per capire cosa critica del riferimento al “mercato” nel dibattito sull’amministrazione e la gestione della cultura, in generale e dei beni culturali, in particolare. Il motivo per cui secondo Montanari i privati non devono essere coinvolti nel settore culturale si ritrova nella sua interpretazione dell’ articolo 9 della Costituzione italiana: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

Il caso della Pinacoteca di Brera è emblematico per comprendere i termini del dibattito. In un’intervista pubblicata sul Giornale delle Fondazioni Francesco Florian, notaio e docente di legislazione dei beni culturali, ha spiegato come l’intervento dei privati illuminati, costituitisi in forma di fondazione, sarebbe monitorato dal Ministero stesso. La gestione di Brera è immaginata come un punto di incontro tra pubblico e privato, in cui i beni non vengono conferiti alla fondazione. Secondo Florian bisogna cercare di “mantenere la finalità pubblica in un clima gestionale che è pubblico-privato”.

Secondo Montanari invece la ricchezza di chi è in grado di investire in un progetto come quello della Fondazione Brera si sostituisce alle reali necessità umane e culturali, deresponsabilizzando la politica.

La gestione dei beni culturali non è l’unico scenario in cui le regole del mercato si scontrano con il valore umano e intellettuale dell’arte. E non tutti hanno la fiducia nello Stato del professore della Federico II. Esiste un terzo scenario, esterno alle regole del “libero mercato”. Quello che alcuni chiamano new share economy, a cui altri fanno riferimento in termini di “consumi collaborativi”. Con il termine si intendono le forme di prestito, condivisione, baratto, scambio, dono di beni e, soprattutto, di idee. Le idee diventano in questo contesto un bene abbondante, quindi meno legato alle logiche tradizionali del mercato.

Ma qualcuno si domanda: “che tipo di organizzazione può avere una società che si basa sempre più sull’immateriale e nella quale, allo stesso tempo, questo tipo di risorse sono cosi abbondanti da avere sempre meno valore?” E l’arte dove si colloca in questo scenario?

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